Lezione 16


1 Il biduale di uno spazio vettoriale

PoichΓ© il duale Vβˆ—superscript𝑉 di uno spazio vettoriale V𝑉 Γ¨, a sua volta, uno spazio vettoriale, possiamo considerare il duale di Vβˆ—superscript𝑉.

Definizione. Sia V𝑉 uno spazio vettoriale e Vβˆ—superscript𝑉 il suo duale. Indichiamo con Vβˆ—βˆ—=(Vβˆ—)βˆ—superscript𝑉absentsuperscriptsuperscript𝑉 il duale dello spazio vettoriale Vβˆ—superscript𝑉. Lo spazio vettoriale Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent Γ¨ detto il biduale di V𝑉.

Un elemento α∈Vβˆ—βˆ—π›Όsuperscript𝑉absent Γ¨ dunque una funzione lineare Ξ±:Vβˆ—β†’K:𝛼→superscript𝑉𝐾. La dualitΓ  canonica tra Vβˆ—superscript𝑉 e Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent Γ¨ la seguente funzione:

βŸ¨β‹…,β‹…βŸ©:Vβˆ—βˆ—Γ—Vβˆ—β†’K,(Ξ±,Ο•)β†¦βŸ¨Ξ±,Ο•βŸ©=α⁒(Ο•).:β‹…β‹…formulae-sequenceβ†’superscript𝑉absentsuperscript𝑉𝐾maps-to𝛼italic-ϕ𝛼italic-ϕ𝛼italic-Ο•

Ad ogni vettore v∈V𝑣𝑉 Γ¨ possibile associare un elemento Ξ±v∈Vβˆ—βˆ—subscript𝛼𝑣superscript𝑉absent definito ponendo

⟨αv,Ο•βŸ©=⟨v,Ο•βŸ©=ϕ⁒(v),subscript𝛼𝑣italic-ϕ𝑣italic-Ο•italic-ϕ𝑣

per ogni Ο•βˆˆVβˆ—italic-Ο•superscript𝑉 (Γ¨ immediato verificare che la funzione Ξ±v:Vβˆ—β†’K:subscript𝛼𝑣→superscript𝑉𝐾 cosΓ¬ definita Γ¨ una funzione lineare). Risulta cosΓ¬ definita, in modo canonico, una funzione

ΞΉ:Vβ†’Vβˆ—βˆ—,v↦ι⁒(v)=Ξ±v.:πœ„formulae-sequence→𝑉superscript𝑉absentmaps-toπ‘£πœ„π‘£subscript𝛼𝑣

Si verifica facilmente che ΞΉπœ„ Γ¨ una funzione lineare. Essa Γ¨ pure iniettiva, infatti se v∈V𝑣𝑉 Γ¨ tale che ι⁒(v)=Ξ±v=0πœ„π‘£subscript𝛼𝑣0, si ha ⟨αv,Ο•βŸ©=⟨v,Ο•βŸ©=0subscript𝛼𝑣italic-ϕ𝑣italic-Ο•0, per ogni Ο•βˆˆVβˆ—italic-Ο•superscript𝑉, da cui segue che v=0𝑣0.

La funzione ΞΉπœ„ permette dunque di identificare V𝑉 con un sottospazio vettoriale di Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent, V≅ι⁒(V)βŠ†Vβˆ—βˆ—π‘‰πœ„π‘‰superscript𝑉absent.

Definizione. La funzione ΞΉ:Vβ†’Vβˆ—βˆ—:πœ„β†’π‘‰superscript𝑉absent Γ¨ detta l’immersione canonica di V𝑉 nel suo biduale Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent.

Teorema. Se V𝑉 Γ¨ uno spazio vettoriale finitamente generato esiste un isomorfismo canonico Vβ‰…Vβˆ—βˆ—π‘‰superscript𝑉absent.

Dimostrazione. Se V𝑉 Γ¨ finitamente generato, si ha dimVβˆ—=dimVdimensionsuperscript𝑉dimension𝑉 e quindi anche dimVβˆ—βˆ—=dimVβˆ—dimensionsuperscript𝑉absentdimensionsuperscript𝑉. Ricordando che la funzione ΞΉ:Vβ†’Vβˆ—βˆ—:πœ„β†’π‘‰superscript𝑉absent Γ¨ iniettiva, dall’uguaglianza delle dimensioni di V𝑉 e Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent segue che ΞΉπœ„ Γ¨ un isomorfismo.

Osservazione. Se V𝑉 Γ¨ uno spazio vettoriale finitamente generato esistono degli isomorfismi canonici

Vβ‰…Vβˆ—βˆ—,Vβˆ—β‰…Vβˆ—β£βˆ—βˆ—,ecc.formulae-sequence𝑉superscript𝑉absentsuperscript𝑉superscript𝑉absentecc.

Pertanto, attraverso applicazioni ripetute della costruzione dello spazio vettoriale duale, si ottengono in effetti solo due spazi vettoriali, Vβˆ—superscript𝑉 e V𝑉.

Dato un sottoinsieme TβŠ†Vβˆ—π‘‡superscript𝑉 abbiamo definito il suo ortogonale TβŸ‚βŠ†Vsuperscript𝑇perpendicular-to𝑉, rispetto alla dualitΓ  canonica tra V𝑉 e Vβˆ—superscript𝑉 ponendo

TβŸ‚={v∈V:⟨v,Ο•βŸ©=0,βˆ€Ο•βˆˆT}.superscript𝑇perpendicular-toconditional-set𝑣𝑉formulae-sequence𝑣italic-Ο•0for-allitalic-ϕ𝑇

Ora perΓ² possiamo anche definire l’ortogonale di T𝑇 in Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent, rispetto alla dualitΓ  canonica tra Vβˆ—superscript𝑉 e Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent. Indichiamo temporaneamente questo ortogonale con T⊀superscript𝑇top

T⊀={α∈Vβˆ—βˆ—:⟨α,Ο•βŸ©=0,βˆ€Ο•βˆˆT}.superscript𝑇topconditional-set𝛼superscript𝑉absentformulae-sequence𝛼italic-Ο•0for-allitalic-ϕ𝑇

Si ha il seguente risultato:

Teorema. Per ogni spazio vettoriale V𝑉 ed ogni sottoinsieme TβŠ†Vβˆ—π‘‡superscript𝑉, si ha

ι⁒(TβŸ‚)βŠ†T⊀,πœ„superscript𝑇perpendicular-tosuperscript𝑇top

ove ΞΉ:Vβ†’Vβˆ—βˆ—:πœ„β†’π‘‰superscript𝑉absent Γ¨ l’immersione canonica. Inoltre vale l’uguaglianza quando V𝑉 Γ¨ finitamente generato.

Dimostrazione. Sia v∈TβŸ‚π‘£superscript𝑇perpendicular-to. Allora

⟨ι⁒(v),Ο•βŸ©=⟨v,Ο•βŸ©=0,πœ„π‘£italic-ϕ𝑣italic-Ο•0

per ogni Ο•βˆˆTitalic-ϕ𝑇. Pertanto ι⁒(v)∈TβŠ€πœ„π‘£superscript𝑇top. Se V𝑉 Γ¨ finitamente generato, si ha poi

dim(TβŸ‚)=dimVβˆ’dim(⟨T⟩)=dim(T⊀),dimensionsuperscript𝑇perpendicular-todimension𝑉dimensiondelimited-βŸ¨βŸ©π‘‡dimensionsuperscript𝑇top

quindi dall’inclusione ι⁒(TβŸ‚)βŠ†TβŠ€πœ„superscript𝑇perpendicular-tosuperscript𝑇top e dall’uguaglianza delle dimensioni dei due sottospazi segue che ι⁒(TβŸ‚)=TβŠ€πœ„superscript𝑇perpendicular-tosuperscript𝑇top.

Nel caso di uno spazio vettoriale V𝑉 finitamente generato, l’isomorfismo canonico ΞΉπœ„ tra V𝑉 e Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent permette quindi di identificare l’ortogonale TβŸ‚superscript𝑇perpendicular-to di T𝑇 in V𝑉 con l’ortogonale T⊀superscript𝑇top di T𝑇 in Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent. Per tale ragione d’ora in poi scriveremo semplicemente TβŸ‚superscript𝑇perpendicular-to per indicare l’ortogonale di un sottoinsieme T𝑇 di Vβˆ—superscript𝑉.

Teorema. Sia V𝑉 uno spazio vettoriale finitamente generato. Per ogni sottoinsieme SβŠ†V𝑆𝑉, si ha

SβŸ‚βŸ‚=⟨S⟩.superscript𝑆perpendicular-toabsentperpendicular-todelimited-βŸ¨βŸ©π‘†

Analogamente, per ogni sottoinsieme TβŠ†Vβˆ—π‘‡superscript𝑉, si ha

TβŸ‚βŸ‚=⟨T⟩.superscript𝑇perpendicular-toabsentperpendicular-todelimited-βŸ¨βŸ©π‘‡

Dimostrazione. Abbiamo giΓ  dimostrato che, per ogni sottoinsieme SβŠ†V𝑆𝑉, vale l’inclusione

⟨SβŸ©βŠ†SβŸ‚βŸ‚.delimited-βŸ¨βŸ©π‘†superscript𝑆perpendicular-toabsentperpendicular-to

Dall’ipotesi che V𝑉 sia finitamente generato segue che

dim(SβŸ‚βŸ‚)=dimVβˆ’dim(SβŸ‚)=dimVβˆ’(dimVβˆ’dim(⟨S⟩))=dim(⟨S⟩).dimensionsuperscript𝑆perpendicular-toabsentperpendicular-todimension𝑉dimensionsuperscript𝑆perpendicular-todimension𝑉dimension𝑉dimensiondelimited-βŸ¨βŸ©π‘†dimensiondelimited-βŸ¨βŸ©π‘†

Dall’inclusione ⟨SβŸ©βŠ†SβŸ‚βŸ‚delimited-βŸ¨βŸ©π‘†superscript𝑆perpendicular-toabsentperpendicular-to e dall’uguaglianza delle dimensioni dei due sottospazi segue che

⟨S⟩=SβŸ‚βŸ‚.delimited-βŸ¨βŸ©π‘†superscript𝑆perpendicular-toabsentperpendicular-to

La dimostrazione della seconda affermazione Γ¨ del tutto analoga.

Abbiamo visto che, per uno spazio vettoriale V𝑉 di dimensione finita, il biduale Vβˆ—βˆ—superscript𝑉absent Γ¨ canonicamente isomorfo a V𝑉. Non Γ¨ invece possibile, in generale, definire un isomorfismo canonico tra V𝑉 e il suo duale Vβˆ—superscript𝑉. Come ora vedremo, la situazione cambia se V𝑉 Γ¨ dotato di una forma bilineare simmetrica non degenere.

Consideriamo dunque uno spazio vettoriale V𝑉, di dimensione n𝑛, sul campo K𝐾 e sia g:VΓ—Vβ†’K:𝑔→𝑉𝑉𝐾 una forma bilineare simmetrica non degenere. Definiamo la funzione

β™­:Vβ†’Vβˆ—,w↦♭⁒(w),:β™­formulae-sequence→𝑉superscript𝑉maps-to𝑀♭𝑀

come segue: ♭⁒(w)∈Vβˆ—β™­π‘€superscript𝑉 Γ¨ la forma lineare ♭⁒(w):Vβ†’K:♭𝑀→𝑉𝐾 definita da ♭⁒(w)⁒(v)=g⁒(v,w)♭𝑀𝑣𝑔𝑣𝑀, per ogni v∈V𝑣𝑉. La bilinearitΓ  di g𝑔 implica la linearitΓ  della funzione β™­β™­. Dimostriamo ora che il fatto che g𝑔 sia non degenere implica che β™­β™­ Γ¨ iniettiva. Infatti se w∈Ker⁒♭𝑀Kerβ™­ si ha ♭⁒(w)=0♭𝑀0, cioΓ¨ ♭⁒(w)⁒(v)=g⁒(v,w)=0♭𝑀𝑣𝑔𝑣𝑀0, per ogni v∈V𝑣𝑉. L’ipotesi che g𝑔 sia non degenere implica allora che w=0𝑀0, quindi Ker⁒♭={0}Kerβ™­0 e dunque β™­β™­ Γ¨ iniettiva. Ora che sappiamo che β™­β™­ Γ¨ iniettiva basta ricordare che V𝑉 e Vβˆ—superscript𝑉 hanno la stessa dimensione per concludere che β™­β™­ Γ¨ un isomorfismo, definito in modo canonico, tra V𝑉 e il suo duale Vβˆ—superscript𝑉 (ovviamente l’isomorfismo β™­β™­ dipende dalla forma bilineare g𝑔).

Possiamo osservare che, tramite questo isomorfismo, la dualitΓ  canonica βŸ¨β‹…,β‹…βŸ©β‹…β‹… tra V𝑉 e Vβˆ—superscript𝑉 corrisponde proprio alla forma bilineare g:VΓ—Vβ†’K:𝑔→𝑉𝑉𝐾.

Consideriamo ora una base 𝐯={v1,…,vn}𝐯subscript𝑣1…subscript𝑣𝑛 di V𝑉 e indichiamo con π―βˆ—={v1βˆ—,…,vnβˆ—}superscript𝐯subscriptsuperscript𝑣1…subscriptsuperscript𝑣𝑛 la base duale di Vβˆ—superscript𝑉. Indichiamo con G=(gi,j)𝐺subscript𝑔𝑖𝑗 la matrice di g𝑔 rispetto alla base 𝐯𝐯 di V𝑉 (ricordiamo che ciΓ² significa che gi,j=g⁒(vi,vj)subscript𝑔𝑖𝑗𝑔subscript𝑣𝑖subscript𝑣𝑗). Ci proponiamo di determinare la matrice B=(bi,j)𝐡subscript𝑏𝑖𝑗 della funzione lineare β™­:Vβ†’Vβˆ—:♭→𝑉superscript𝑉 rispetto alle basi 𝐯𝐯 di V𝑉 e π―βˆ—superscript𝐯 di Vβˆ—superscript𝑉.

Dato un vettore vjsubscript𝑣𝑗 della base 𝐯𝐯, si ha

♭⁒(vj)=b1,j⁒v1βˆ—+β‹―+bn,j⁒vnβˆ—=βˆ‘β„“=1nbβ„“,j⁒vβ„“βˆ—β™­subscript𝑣𝑗subscript𝑏1𝑗subscriptsuperscript𝑣1β‹―subscript𝑏𝑛𝑗subscriptsuperscript𝑣𝑛superscriptsubscriptβ„“1𝑛subscript𝑏ℓ𝑗subscriptsuperscript𝑣ℓ

D’altra parte, per ogni vettore visubscript𝑣𝑖 della base 𝐯𝐯, in base alla definizione della funzione β™­β™­, si ha anche ♭⁒(vj)⁒(vi)=g⁒(vi,vj)=gi,jβ™­subscript𝑣𝑗subscript𝑣𝑖𝑔subscript𝑣𝑖subscript𝑣𝑗subscript𝑔𝑖𝑗. Da queste due formule si ricava allora

gi,j=♭⁒(vj)⁒(vi)=βˆ‘β„“=1nbβ„“,j⁒vβ„“βˆ—β’(vi)=βˆ‘β„“=1nbβ„“,j⁒δℓ,i=bi,jsubscript𝑔𝑖𝑗♭subscript𝑣𝑗subscript𝑣𝑖superscriptsubscriptβ„“1𝑛subscript𝑏ℓ𝑗subscriptsuperscript𝑣ℓsubscript𝑣𝑖superscriptsubscriptβ„“1𝑛subscript𝑏ℓ𝑗subscript𝛿ℓ𝑖subscript𝑏𝑖𝑗

Questo significa che la matrice B=(bi,j)𝐡subscript𝑏𝑖𝑗 della funzione lineare β™­β™­ non Γ¨ altro che la matrice G=(gi,j)𝐺subscript𝑔𝑖𝑗 della forma bilineare g𝑔.

Ora si vede chiaramente come il fatto che g𝑔 sia non degenere, cioΓ¨ che detGβ‰ 0𝐺0, ha come conseguenza il fatto che la funzione β™­β™­ sia invertibile e dunque sia un isomorfismo tra V𝑉 e il suo duale Vβˆ—superscript𝑉. L’isomorfismo inverso β™―=β™­βˆ’1:Vβˆ—β†’V:β™―superscriptβ™­1β†’superscript𝑉𝑉 corrisponde quindi alla matrice Gβˆ’1superscript𝐺1, inversa di G𝐺.

2 La trasposta di una funzione lineare

Siano V𝑉 e Wπ‘Š due spazi vettoriali su K𝐾 e sia f:Vβ†’W:π‘“β†’π‘‰π‘Š una funzione lineare. Per ogni forma lineare ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š, la funzione composta ψ∘f:Vβ†’K:πœ“π‘“β†’π‘‰πΎ Γ¨ lineare, in quanto composizione di funzioni lineari. Possiamo quindi definire una funzione

fβˆ—:Wβˆ—β†’Vβˆ—:superscript𝑓→superscriptπ‘Šsuperscript𝑉

ponendo fβˆ—β’(ψ)=ψ∘fsuperscriptπ‘“πœ“πœ“π‘“, per ogni ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š. Da questa definizione si deduce che vale la seguente formula

⟨v,fβˆ—β’(ψ)⟩=⟨f⁒(v),ψ⟩,𝑣superscriptπ‘“πœ“π‘“π‘£πœ“

per ogni v∈V𝑣𝑉 e ogni ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š. Γ¨ immediato verificare che la funzione fβˆ—superscript𝑓 cosΓ¬ definita Γ¨ lineare.

Definizione. Data una funzione lineare f:Vβ†’W:π‘“β†’π‘‰π‘Š, la funzione fβˆ—:Wβˆ—β†’Vβˆ—:superscript𝑓→superscriptπ‘Šsuperscript𝑉 Γ¨ detta la trasposta di f𝑓.

L’operazione di trasposizione definisce quindi una funzione

(β‹…)βˆ—:Hom⁒(V,W)β†’Hom⁒(Wβˆ—,Vβˆ—),f↦fβˆ—,:superscriptβ‹…formulae-sequenceβ†’Homπ‘‰π‘ŠHomsuperscriptπ‘Šsuperscript𝑉maps-to𝑓superscript𝑓

la quale, come ora dimostreremo, Γ¨ a sua volta lineare.

Teorema. Siano V𝑉 e Wπ‘Š due spazi vettoriali su K𝐾. Per ogni Ξ»1,Ξ»2∈Ksubscriptπœ†1subscriptπœ†2𝐾 e ogni f1,f2∈Hom⁒(V,W)subscript𝑓1subscript𝑓2Homπ‘‰π‘Š, si ha

(Ξ»1⁒f1+Ξ»2⁒f2)βˆ—=Ξ»1⁒f1βˆ—+Ξ»2⁒f2βˆ—.superscriptsubscriptπœ†1subscript𝑓1subscriptπœ†2subscript𝑓2subscriptπœ†1superscriptsubscript𝑓1subscriptπœ†2superscriptsubscript𝑓2

Dimostrazione. Per ogni v∈V𝑣𝑉 e ogni ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š si ha

⟨v,(Ξ»1⁒f1+Ξ»2⁒f2)βˆ—β’(ψ)βŸ©π‘£superscriptsubscriptπœ†1subscript𝑓1subscriptπœ†2subscript𝑓2πœ“ =⟨(Ξ»1⁒f1+Ξ»2⁒f2)⁒(v),ψ⟩absentsubscriptπœ†1subscript𝑓1subscriptπœ†2subscript𝑓2π‘£πœ“
=⟨λ1⁒f1⁒(v)+Ξ»2⁒f2⁒(v),ψ⟩absentsubscriptπœ†1subscript𝑓1𝑣subscriptπœ†2subscript𝑓2π‘£πœ“
=Ξ»1⁒⟨f1⁒(v),ψ⟩+Ξ»2⁒⟨f2⁒(v),ψ⟩absentsubscriptπœ†1subscript𝑓1π‘£πœ“subscriptπœ†2subscript𝑓2π‘£πœ“
=Ξ»1⁒⟨v,f1βˆ—β’(ψ)⟩+Ξ»2⁒⟨v,f2βˆ—β’(ψ)⟩absentsubscriptπœ†1𝑣superscriptsubscript𝑓1πœ“subscriptπœ†2𝑣superscriptsubscript𝑓2πœ“
=⟨v,Ξ»1⁒f1βˆ—β’(ψ)+Ξ»2⁒f2βˆ—β’(ψ)⟩absent𝑣subscriptπœ†1superscriptsubscript𝑓1πœ“subscriptπœ†2superscriptsubscript𝑓2πœ“
=⟨v,(Ξ»1⁒f1βˆ—+Ξ»2⁒f2βˆ—)⁒(ψ)⟩.absent𝑣subscriptπœ†1superscriptsubscript𝑓1subscriptπœ†2superscriptsubscript𝑓2πœ“

CiΓ² implica che (Ξ»1⁒f1+Ξ»2⁒f2)βˆ—=Ξ»1⁒f1βˆ—+Ξ»2⁒f2βˆ—superscriptsubscriptπœ†1subscript𝑓1subscriptπœ†2subscript𝑓2subscriptπœ†1superscriptsubscript𝑓1subscriptπœ†2superscriptsubscript𝑓2, come volevasi dimostrare.

L’operazione di trasposizione gode anche di un’altra importante proprietΓ :

Teorema. Se Uπ‘ˆ, V𝑉 e Wπ‘Š sono tre spazi vettoriali su K𝐾 e f∈Hom⁒(V,W)𝑓Homπ‘‰π‘Š, g∈Hom⁒(U,V)𝑔Homπ‘ˆπ‘‰, si ha

(f∘g)βˆ—=gβˆ—βˆ˜fβˆ—.superscript𝑓𝑔superscript𝑔superscript𝑓

Dimostrazione. Per ogni u∈Uπ‘’π‘ˆ e ogni ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š si ha:

⟨u,(f∘g)βˆ—β’(ψ)βŸ©π‘’superscriptπ‘“π‘”πœ“ =⟨(f∘g)⁒(u),ψ⟩absentπ‘“π‘”π‘’πœ“
=⟨f⁒(g⁒(u)),ψ⟩absentπ‘“π‘”π‘’πœ“
=⟨g⁒(u),fβˆ—β’(ψ)⟩absent𝑔𝑒superscriptπ‘“πœ“
=⟨u,gβˆ—β’(fβˆ—β’(ψ))⟩absent𝑒superscript𝑔superscriptπ‘“πœ“
=⟨u,(gβˆ—βˆ˜fβˆ—)⁒(ψ)⟩.absent𝑒superscript𝑔superscriptπ‘“πœ“

CiΓ² implica che (f∘g)βˆ—=gβˆ—βˆ˜fβˆ—superscript𝑓𝑔superscript𝑔superscript𝑓, come volevasi dimostrare.

Dati due spazi vettoriali V𝑉 e Wπ‘Š e una funzione lineare f:Vβ†’W:π‘“β†’π‘‰π‘Š, la trasposta di f𝑓, fβˆ—:Wβˆ—β†’Vβˆ—:superscript𝑓→superscriptπ‘Šsuperscript𝑉, Γ¨ anch’essa una funzione lineare, pertanto possiamo considerare la sua trasposta fβˆ—βˆ—:Vβˆ—βˆ—β†’Wβˆ—βˆ—:superscript𝑓absentβ†’superscript𝑉absentsuperscriptπ‘Šabsent. Come abbiamo giΓ  visto, esistono due immersioni canoniche ΞΉV:Vβ†’Vβˆ—βˆ—:subscriptπœ„π‘‰β†’π‘‰superscript𝑉absent e ΞΉW:Wβ†’Wβˆ—βˆ—:subscriptπœ„π‘Šβ†’π‘Šsuperscriptπ‘Šabsent. Queste funzioni sono collegate tra loro nel modo che ora descriveremo:

Teorema. Si ha fβˆ—βˆ—βˆ˜ΞΉV=ΞΉW∘fsuperscript𝑓absentsubscriptπœ„π‘‰subscriptπœ„π‘Šπ‘“.

Dimostrazione. La dimostrazione Γ¨ un semplice calcolo, che consiste nell’applicare le definizioni delle varie funzioni coinvolte. Dalla definizione di fβˆ—superscript𝑓 si ha

⟨v,fβˆ—β’(ψ)⟩=⟨f⁒(v),ψ⟩,𝑣superscriptπ‘“πœ“π‘“π‘£πœ“

per ogni v∈V𝑣𝑉 e ogni ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š. Analogamente, dalla definizione di fβˆ—βˆ—superscript𝑓absent segue che

⟨fβˆ—βˆ—β’(Ξ±),ψ⟩=⟨α,fβˆ—β’(ψ)⟩,superscript𝑓absentπ›Όπœ“π›Όsuperscriptπ‘“πœ“

per ogni α∈Vβˆ—βˆ—π›Όsuperscript𝑉absent e ogni ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š. Ricordando la definizione dell’immersione canonica di uno spazio vettoriale nel suo biduale, si ha:

⟨ιV⁒(v),Ο•βŸ©=⟨v,Ο•βŸ©,⟨ιW⁒(w),ψ⟩=⟨w,ψ⟩,formulae-sequencesubscriptπœ„π‘‰π‘£italic-ϕ𝑣italic-Ο•subscriptπœ„π‘Šπ‘€πœ“π‘€πœ“

per ogni v∈V𝑣𝑉, w∈Wπ‘€π‘Š, Ο•βˆˆVβˆ—italic-Ο•superscript𝑉 e ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š. Combinando queste formule si ottiene:

⟨fβˆ—βˆ—β’(ΞΉV⁒(v)),ψ⟩superscript𝑓absentsubscriptπœ„π‘‰π‘£πœ“ =⟨ιV⁒(v),fβˆ—β’(ψ)⟩absentsubscriptπœ„π‘‰π‘£superscriptπ‘“πœ“
=⟨v,fβˆ—β’(ψ)⟩absent𝑣superscriptπ‘“πœ“
=⟨f⁒(v),ψ⟩absentπ‘“π‘£πœ“
=⟨ιW⁒(f⁒(v)),ψ⟩.absentsubscriptπœ„π‘Šπ‘“π‘£πœ“

PoichΓ© questa uguaglianza vale per ogni ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š, si ha necessariamente

fβˆ—βˆ—β’(ΞΉV⁒(v))=ΞΉW⁒(f⁒(v)),superscript𝑓absentsubscriptπœ„π‘‰π‘£subscriptπœ„π‘Šπ‘“π‘£

per ogni v∈V𝑣𝑉, cioΓ¨ fβˆ—βˆ—βˆ˜ΞΉV=ΞΉW∘fsuperscript𝑓absentsubscriptπœ„π‘‰subscriptπœ„π‘Šπ‘“.

Corollario. Se V𝑉 e Wπ‘Š sono due spazi vettoriali finitamente generati, ogni funzione lineare f:Vβ†’W:π‘“β†’π‘‰π‘Š si identifica, in modo canonico, con la sua bitrasposta fβˆ—βˆ—:Vβˆ—βˆ—β†’Wβˆ—βˆ—:superscript𝑓absentβ†’superscript𝑉absentsuperscriptπ‘Šabsent, tramite gli isomorfismi canonici ΞΉV:Vβ†’Vβˆ—βˆ—:subscriptπœ„π‘‰β†’π‘‰superscript𝑉absent e ΞΉW:Wβ†’Wβˆ—βˆ—:subscriptπœ„π‘Šβ†’π‘Šsuperscriptπ‘Šabsent.

Dimostrazione. Abbiamo giΓ  dimostrato che, nel caso di uno spazio vettoriale finitamente generato, l’immersione canonica nel suo biduale Γ¨ un isomorfismo. Dall’uguaglianza

fβˆ—βˆ—βˆ˜ΞΉV=ΞΉW∘fsuperscript𝑓absentsubscriptπœ„π‘‰subscriptπœ„π‘Šπ‘“

e dal fatto che, in questo caso, ΞΉVsubscriptπœ„π‘‰ e ΞΉWsubscriptπœ„π‘Š sono degli isomorfismi, si ricava

fβˆ—βˆ—=ΞΉW∘f∘ιVβˆ’1,f=ΞΉWβˆ’1∘fβˆ—βˆ—βˆ˜ΞΉV,formulae-sequencesuperscript𝑓absentsubscriptπœ„π‘Šπ‘“subscriptsuperscriptπœ„1𝑉𝑓subscriptsuperscriptπœ„1π‘Šsuperscript𝑓absentsubscriptπœ„π‘‰

come volevasi dimostrare.

Studiamo ora le relazioni esistenti tra il nucleo e l’immagine di f𝑓 e quelli della sua trasposta fβˆ—superscript𝑓.

Teorema. Sia f:Vβ†’W:π‘“β†’π‘‰π‘Š una funzione lineare e fβˆ—:Wβˆ—β†’Vβˆ—:superscript𝑓→superscriptπ‘Šsuperscript𝑉 la sua trasposta. Si ha:

  1. 1.

    Ker⁒(fβˆ—)=(Im⁒f)βŸ‚Kersuperscript𝑓superscriptIm𝑓perpendicular-to;

  2. 2.

    Im⁒(fβˆ—)βŠ†(Ker⁒f)βŸ‚Imsuperscript𝑓superscriptKer𝑓perpendicular-to.

Inoltre, se V𝑉 e Wπ‘Š sono finitamente generati, vale l’uguaglianza

Im⁒(fβˆ—)=(Ker⁒f)βŸ‚.Imsuperscript𝑓superscriptKer𝑓perpendicular-to

Dimostrazione. (1) Sia ψ∈Ker⁒(fβˆ—)πœ“Kersuperscript𝑓. Allora, per ogni v∈V𝑣𝑉, si ha

⟨f⁒(v),ψ⟩=⟨v,fβˆ—β’(ψ)⟩=⟨v,0⟩=0,π‘“π‘£πœ“π‘£superscriptπ‘“πœ“π‘£00

quindi ψ∈(Im⁒f)βŸ‚πœ“superscriptIm𝑓perpendicular-to.

Viceversa, se ψ∈(Im⁒f)βŸ‚πœ“superscriptIm𝑓perpendicular-to, per ogni v∈V𝑣𝑉 si ha

⟨v,fβˆ—β’(ψ)⟩=⟨f⁒(v),ψ⟩=0,𝑣superscriptπ‘“πœ“π‘“π‘£πœ“0

da cui segue che fβˆ—β’(ψ)=0superscriptπ‘“πœ“0, quindi ψ∈Ker⁒(fβˆ—)πœ“Kersuperscript𝑓.

(2) Sia Ο•βˆˆIm⁒(fβˆ—)italic-Ο•Imsuperscript𝑓 e sia ψ∈Wβˆ—πœ“superscriptπ‘Š tale che Ο•=fβˆ—β’(ψ)italic-Ο•superscriptπ‘“πœ“. Per ogni v∈Ker⁒f𝑣Ker𝑓, si ha

⟨v,Ο•βŸ©=⟨v,fβˆ—β’(ψ)⟩=⟨f⁒(v),ψ⟩=⟨0,ψ⟩=0,𝑣italic-ϕ𝑣superscriptπ‘“πœ“π‘“π‘£πœ“0πœ“0

quindi Ο•βˆˆ(Ker⁒f)βŸ‚italic-Ο•superscriptKer𝑓perpendicular-to.

Per dimostrare l’ultima affermazione supponiamo che V𝑉 e Wπ‘Š abbiano dimensione finita. In tal caso si ha:

dim(Im⁒fβˆ—)dimensionImsuperscript𝑓 =dimWβˆ—βˆ’dim(Ker⁒fβˆ—)absentdimensionsuperscriptπ‘ŠdimensionKersuperscript𝑓
=dimWβˆ’dim(Im⁒f)βŸ‚absentdimensionπ‘ŠdimensionsuperscriptIm𝑓perpendicular-to
=dimWβˆ’(dimWβˆ’dim(Im⁒f))absentdimensionπ‘Šdimensionπ‘ŠdimensionIm𝑓
=dim(Im⁒f)absentdimensionIm𝑓
=dimVβˆ’dim(Ker⁒f)absentdimension𝑉dimensionKer𝑓
=dim(Ker⁒f)βŸ‚.absentdimensionsuperscriptKer𝑓perpendicular-to

Dall’inclusione Im⁒(fβˆ—)βŠ†(Ker⁒f)βŸ‚Imsuperscript𝑓superscriptKer𝑓perpendicular-to e dall’uguaglianza delle dimensioni si deduce che vale l’uguaglianza Im⁒(fβˆ—)=(Ker⁒f)βŸ‚Imsuperscript𝑓superscriptKer𝑓perpendicular-to.

Studiamo ora le relazioni esistenti tra la matrice di una funzione lineare f𝑓 e quella della sua trasposta fβˆ—superscript𝑓. Fissiamo dunque una base 𝐯={v1,v2,…,vn}𝐯subscript𝑣1subscript𝑣2…subscript𝑣𝑛 dello spazio vettoriale V𝑉, una base 𝐰={w1,w2,…,wm}𝐰subscript𝑀1subscript𝑀2…subscriptπ‘€π‘š di Wπ‘Š e consideriamo le basi duali π―βˆ—={v1βˆ—,v2βˆ—,…,vnβˆ—}superscript𝐯subscriptsuperscript𝑣1subscriptsuperscript𝑣2…subscriptsuperscript𝑣𝑛 di Vβˆ—superscript𝑉 e π°βˆ—={w1βˆ—,w2βˆ—,…,wmβˆ—}superscript𝐰subscriptsuperscript𝑀1subscriptsuperscript𝑀2…subscriptsuperscriptπ‘€π‘š di Wβˆ—superscriptπ‘Š.

Teorema. Sia f:Vβ†’W:π‘“β†’π‘‰π‘Š una funzione lineare e fβˆ—:Wβˆ—β†’Vβˆ—:superscript𝑓→superscriptπ‘Šsuperscript𝑉 la sua trasposta. Sia A=(ai,j)𝐴subscriptπ‘Žπ‘–π‘— la matrice di f𝑓 rispetto alle basi 𝐯𝐯 e 𝐰𝐰 e indichiamo con Aβˆ—=(ai,jβˆ—)superscript𝐴subscriptsuperscriptπ‘Žπ‘–π‘— la matrice di fβˆ—superscript𝑓 rispetto alle basi duali π°βˆ—superscript𝐰 e π―βˆ—superscript𝐯. Allora la matrice della funzione trasposta fβˆ—superscript𝑓 Γ¨ la trasposta della matrice di f𝑓, cioΓ¨ Aβˆ—=ATsuperscript𝐴superscript𝐴𝑇.

Dimostrazione. Indicando con A=(ai,j)𝐴subscriptπ‘Žπ‘–π‘— la matrice di f𝑓, per ogni vettore visubscript𝑣𝑖 della base di V𝑉 si ha

f⁒(vi)=βˆ‘h=1mah,i⁒wh.𝑓subscript𝑣𝑖superscriptsubscriptβ„Ž1π‘šsubscriptπ‘Žβ„Žπ‘–subscriptπ‘€β„Ž

Analogamente, se indichiamo con Aβˆ—=(ai,jβˆ—)superscript𝐴subscriptsuperscriptπ‘Žπ‘–π‘— la matrice di fβˆ—superscript𝑓, per ogni vettore wjβˆ—subscriptsuperscript𝑀𝑗 della base di Wβˆ—superscriptπ‘Š si ha

fβˆ—β’(wjβˆ—)=βˆ‘h=1nah,jβˆ—β’vhβˆ—.superscript𝑓subscriptsuperscript𝑀𝑗superscriptsubscriptβ„Ž1𝑛subscriptsuperscriptπ‘Žβ„Žπ‘—subscriptsuperscriptπ‘£β„Ž

Si ottiene dunque:

⟨vi,fβˆ—β’(wjβˆ—)⟩=⟨vi,βˆ‘h=1nah,jβˆ—β’vhβˆ—βŸ©=βˆ‘h=1nah,jβˆ—β’βŸ¨vi,vhβˆ—βŸ©=βˆ‘h=1nah,jβˆ—β’Ξ΄i,h=ai⁒jβˆ—.subscript𝑣𝑖superscript𝑓subscriptsuperscript𝑀𝑗subscript𝑣𝑖superscriptsubscriptβ„Ž1𝑛subscriptsuperscriptπ‘Žβ„Žπ‘—subscriptsuperscriptπ‘£β„Žsuperscriptsubscriptβ„Ž1𝑛subscriptsuperscriptπ‘Žβ„Žπ‘—subscript𝑣𝑖subscriptsuperscriptπ‘£β„Žsuperscriptsubscriptβ„Ž1𝑛subscriptsuperscriptπ‘Žβ„Žπ‘—subscriptπ›Ώπ‘–β„Žsubscriptsuperscriptπ‘Žπ‘–π‘—

D’altra parte, ricordando la definizione di fβˆ—superscript𝑓, si ha

⟨vi,fβˆ—β’(wjβˆ—)⟩subscript𝑣𝑖superscript𝑓subscriptsuperscript𝑀𝑗 =⟨f⁒(vi),wjβˆ—βŸ©=βŸ¨βˆ‘h=1mah,i⁒wh,wjβˆ—βŸ©absent𝑓subscript𝑣𝑖subscriptsuperscript𝑀𝑗superscriptsubscriptβ„Ž1π‘šsubscriptπ‘Žβ„Žπ‘–subscriptπ‘€β„Žsubscriptsuperscript𝑀𝑗
=βˆ‘h=1mah,i⁒⟨wh,wjβˆ—βŸ©=βˆ‘h=1mah,i⁒δh,j=aj,i.absentsuperscriptsubscriptβ„Ž1π‘šsubscriptπ‘Žβ„Žπ‘–subscriptπ‘€β„Žsubscriptsuperscript𝑀𝑗superscriptsubscriptβ„Ž1π‘šsubscriptπ‘Žβ„Žπ‘–subscriptπ›Ώβ„Žπ‘—subscriptπ‘Žπ‘—π‘–

Confrontando queste due espressioni, si scopre che ai,jβˆ—=aj,isubscriptsuperscriptπ‘Žπ‘–π‘—subscriptπ‘Žπ‘—π‘–, cioΓ¨ Aβˆ—=ATsuperscript𝐴superscript𝐴𝑇.